“L’inflazione è la più iniqua delle tasse, ma quella in corso è ancora più iniqua perché si concentra con violenza nei beni più essenziali, che pesano maggiormente sulle famiglie più povere”
Nonostante dall’Europa arrivino segnali incoraggianti, la situazione attuale e il futuro della nostra economia si trovano dinnanzi a sfide ed eventi senza precedenti: dalle conseguenze del Covid all’inflazione, dalla crisi energetica a una guerra di giorno in giorno più minacciosa.
Il quadro mondiale preoccupa molto: da un aumento del PIL del 6,6% nel 2021 si passerà ad una crescita del 2,3% nell’anno in corso. Una crisi che tocca, seppure in misura diversa, tutte le parti del globo, dagli Stati Uniti all’Europa, dalla Cina alla maggior parte dei paesi in via di sviluppo.
Nello stesso tempo l’inflazione mondiale è aumentata dal 4,4% al 9,7%.
È evidente che nemmeno noi italiani possiamo sottrarci da questa spinta inflazionistica che, nell’intera Unione, naviga ormai attorno al 9%.
Sappiamo tutti che l’inflazione è la più iniqua delle tasse, ma l’inflazione in corso è ancora più iniqua.
Essa si concentra infatti con una particolare violenza nei beni più essenziali che, notoriamente, pesano maggiormente sulle famiglie più povere.
Il risultato è che, di fronte a una inflazione media in linea con quella europea, il 20% più povero della popolazione italiana vede aumentare il prezzo del paniere dei suoi acquisti di beni alimentari di una cifra pari all’11,2%.
È difficile pensare che una grande parte delle famiglie possa affrontare questi impressionanti aumenti con redditi e salari immutati.
Il problema della caduta del potere d’acquisto delle famiglie è quello che più deve preoccuparci per i prossimi mesi: occorrerà averne consapevolezza e prendere soprattutto decisioni capaci di alleviare le sofferenze delle categorie più sfavorite.
La battaglia contro l’inflazione si svolge ora a livello mondiale.
Cominciata negli Stati Uniti, è stata intrapresa non solo in Europa, ma anche in Cina e nei paesi in via di sviluppo. Non ci si deve stupire che le banche centrali stiano aumentando i tassi di interesse e applicando una politica restrittiva per contenere l’aumento dell’inflazione.
Questa decisione si colloca in una lunga tradizione della gestione dei processi inflazionistici.
Se l’aumento dei tassi di interesse fosse avvenuto nel corso del 2021, quando già era in corso l’aumento dei prezzi, forse si sarebbe potuto controllare l’inflazione senza frenare violentemente la crescita economica.
Oggi quel ritardo viene pagato a caro prezzo e, nel tentativo di recuperare il tempo perduto, le banche centrali stanno agendo con misure che possono sembrare eccessive. Misure che, mentre aumentano l’efficacia degli strumenti volti a combattere l’inflazione, stanno portando l’economia mondiale verso una progressiva recessione.
A tutt’oggi, nel nostro Paese, non ne sentiamo molto i sintomi sia perché le imprese godevano di un elevato patrimonio di ordini, sia perché il favorevole andamento della stagione turistica, dopo il lungo periodo della pandemia, ha sollevato l’andamento di molti settori produttivi.
Il clima mondiale non promette tuttavia niente di buono perché anche la Cina ha diminuito il proprio tasso di crescita e non contribuisce più ad attenuare le conseguenze della crisi, come era in grado di fare in precedenza.
Come accennato, i segnali della ripresa inflazionistica erano già evidenti un anno fa e molti (ed io mi aggiungo a questi) avevano già suonato il segnale d’allarme.
Prendendo spunto dai rincari dell’energia si era obiettato che questa era una crisi diversa: non generata da un aumento della domanda, ma da una scarsità dell’offerta.
Una crisi che ha origine nel settore dell’energia, ma che, in modo del tutto imprevisto, si accompagna alla scarsità di molte componenti essenziali per il funzionamento di settori produttivi di vitale importanza.
Non solo era già impazzito il prezzo del gas e del petrolio, ma si erano verificati aumenti senza precedenti del costo dell’acciaio, dell’alluminio, del rame, dei semiconduttori, dei trasporti e di tanti altri componenti fondamentali per la produzione.
Molti tra i responsabili della politica economica si ostinavano a pensare che questa inflazione, data la sua causa, potesse essere un evento di breve durata. I consigli della Federal Reserve e della Banca Centrale Europea si impegnavano quindi in una difficile dissertazione se l’inflazione fosse “temporanea o duratura”, divergendo sulle politiche da adottare.
Questo fino allo scorso marzo, quando la Banca della Riserva Federale Americana ha cominciato a innalzare i tassi e la Banca Centrale Europea l’ha seguita a partire dal mese di luglio. A tutt’oggi, però, senza successo. Combattere l’inflazione (generata dalla domanda o dall’offerta) applicando i rimedi tradizionali, non può che provocare una recessione.
Tuttavia non sembra che vi siano sul tavolo altre medicine.
Quindi è probabile che la politica monetaria restrittiva proseguirà in entrambe le sponde dell’Atlantico, causando la diminuzione del potere d’acquisto delle famiglie, a cui naturalmente si accompagnerà una parallela diminuzione della domanda, e quindi, della produzione delle imprese. Particolare importanza ha naturalmente il settore dell’energia in cui la scarsità dell’offerta è stata generata dalla politica russa che ha accompagnato la guerra di Ucraina.
Ma è vero che il crescente squilibrio fra domanda e offerta nel settore dell’energia era già stato preparato dai comportamenti precedenti che non tenevano realisticamente conto dell’evoluzione dell’economia globale e degli insufficienti investimenti effettuati nel settore del gas e del petrolio, nella speranza che il progresso delle energie alternative sarebbe stato più veloce. Purtroppo risulta impossibile fare un salto nel nuovo senza passaggi intermedi e senza un equivalente sviluppo nella ricerca e nella successiva applicazione di tecnologie innovative nel campo delle energie alternative. Nonostante dal 2005 ad oggi nel mondo sia stata investita la spaventosa cifra di 3.800 miliardi di dollari nelle energie rinnovabili (costi che ovviamente abbiamo già trasferito nelle nostre bollette) esse non arrivano a ricoprire il 5% dei consumi mondiali.
Questo non implica che si debbano diminuire gli investimenti nelle nuove energie, ma è necessario accompagnare questo processo con misure capaci di rendere socialmente ed economicamente sostenibile la transizione energetica.
La seconda ragione di questo disequilibrio è la mancata indipendenza dell’Europa, anche se con percentuali diverse a seconda dei paesi, dall’importazione di gas dall’estero, ed in particolare dalla Russia.
In Europa produciamo solo il 9% del nostro consumo, mentre il 40% arriva dalla Russia. Il problema della diversificazione delle fonti di approvvigionamento è, ovviamente, antecedente al conflitto in Ucraina
e si è riproposto ciclicamente nel recente passato.
Bisogna ammettere che sarebbe stato già possibile rendersi conto di questo difficile scenario anche prima della guerra in Ucraina, certo responsabile del suo aggravarsi, oltre che dell’altissimo sacrificio di vite umane che ha portato con sé. E se da queste brevi considerazioni può discendere una riflessione per il nostro futuro, penso che si debba cercare di non ripetere gli errori del passato e considerare i nuovi assetti politici, le nuove tecnologie e i nuovi protagonisti dell’economia mondiale (cominciando dall’India e dai Paesi asiatici intorno alla Cina) come elementi capaci di cambiare l’intero pianeta.
Non possiamo affrontare i cambiamenti che stanno arrivando solo con le politiche di emergenza, ma con politiche di lungo respiro e con una determinazione capace di coinvolgere l’intera società. Dal punto di vista nazionale lo strumento più efficace per rendere meno duratura e intensa la crisi è quello di trasferire in concreti impieghi, nei tempi e nei modi previsti, le risorse del Pnrr, in modo da porre rimedio alla frenata dell’economia con gli investimenti previsti dal progetto europeo.
Questo è l’unico strumento in nostro possesso per tenere elevato il ritmo degli investimenti senza aggravare ulteriormente il nostro deficit pubblico, ormai arrivato a limiti non più superabili. Dobbiamo essere ben consapevoli che le risorse europee potranno arrivare in Italia soltanto se si proseguirà nel processo delle riforme richieste dal progetto europeo.
Sono convinto che, in questo caso, la crisi che si prospetta all’orizzonte sarà di breve durata e che la ripresa non potrà tardare.
A condizione, naturalmente, che finisca rapidamente questa tragica guerra di Ucraina e che la solidarietà europea possa riprendere il proprio cammino dopo i danni provocati dalle tensioni politiche mondiali, dalle ferite del Covid e dalla crisi energetica.
Romano Prodi
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Editoriale