SFIRS - SOCIETA' FINANZIARIA REGIONE SARDEGNA

In Europa l’intervento lanciato nel 2012 come un “prontosoccorso”, ma poi ancora praticato e celebrato lungo tutti i successivi dieci anni, si è trasformato in una lungodegenza incubatrice proprio del male che all’origine doveva curare.

È stato con puntualità “tutta tedesca” e con “ il suono di un quartetto d’archi” che il 28 ottobre del 2019 si è aperta a Francoforte la “cerimonia
del passaggio delle consegne tra il presidente uscente della BCE e Christine Lagarde che ne prende il testimone per i prossimi 8 anni”.
Convinti e partecipi, in platea ad applaudire, c’erano i principali capi di
Stato e di governo europei. Un caso in cui l’iconografia dice tutto.
Difficile, molto difficile sarebbe stato vedere Adenauer o De Gasperi,
De Gaulle o Kohl, Mitterrand o Cossiga seduti in platea ad applaudire
i banchieri centrali, pur se vero che questi oggi amano definirsi
come “gli eroi del nostro tempo” (Lagarde).
L’ultima volta che c’è stato qualcosa di simile è stato durante l’“Esodo”, quando il popolo, temendo che Mosè non tornasse dal Sinai, prese ad adorare il “vitello d’oro” e così “fu tutto un mangiare e bere e darsi al divertimento”.

Tornato Mosè, il vitello d’oro fu distrutto ed il popolo tornò sulla retta via.
Il mito del “vitello d’oro”, il mito dell’oro, è risalito da allora ad oggi.
Ne è traccia nel Faust di Goethe, dove Mefistofele spiega al sovrano che l’oro non è necessario cavarlo dalle miniere, sufficiente che il sovrano sovraneggi senza limiti, solo dicendo che l’oro c’è. Ne è traccia nella “Montagna Incantata”, dove si immagina che “il denaro sarà imperatore”
ma “solo fino alla completa demonizzazione della vita”. (Thomas Mann, Berlino, 1924).
Soprattutto quello del “vitello d’oro” è il mito fondante delle tecniche inventate dalle banche centrali occidentali (Fed e BCE) a partire dalla crisi del 2008.

La sede della Banca Centrale Europea a Francoforte

Come Picasso con la svolta cubista ha sintetizzato e superato le forme della natura, lo stesso nelle banche centrali hanno fatto i Picasso dell’economia, mettendo il surreale al posto del reale, mettendo il debito al posto del capitale, mettendo i liquidi al posto dei solidi, mettendo i tassi a zero o sotto zero, mettendo i vizi al posto delle virtù.
Un conto sarebbe stato un pronto soccorso, operato per gestire una crisi esplosa all’ improvviso, come nel 2008. Un conto è stata invece la lunga degenza che da allora e per una interminabile decade è arrivata fino ad oggi, per mezzo di una continua cambiale girata dai popoli e dai governi alle banche centrali e da queste al mercato finanziario globale.

E tuttavia, se negli USA la politica è comunque rimasta viva, in Europa e
per un perduto decennio la politica è invece quasi morta.
Non per caso, in Europa non è stata fatta, anzi neppure è stata tentata
una di quelle “riforme” che pure erano oggetto di sistematica
domandante retorica politica. Tecnica, finanza, politica.
Così operato, il trionfo della finanza si basava sulla confusione tra tecnica e politica. In realtà c’è una certa differenza tra la politica e la tecnica, in specie c’è confusione tra l’idea nobile della politica che per la prima volta nella storia è stata formulata ad Atene e l’idea della tecnica politica che è stata praticata a partire dal 2012.
Nella Repubblica di Platone la tecnica è detta “è téchne politikè”: la forma superiore della tecnica. Per fare politica devi infatti conoscere “la struttura della nave, l’equipaggio, i fondali, le correnti e le stelle”.
Non è stato così nelle banche centrali dell’occidente, soprattutto in Europa, attive in un processo ibrido in cui non era la politica a proseguire nell’economia, ma soprattutto in Europa la finanza a sostituire la politica, ignorandone le basi democratiche.
È stata questa l’applicazione dell’ingannevole arte dei “crematisti” (da crema, denaro), i credenti nella moneta come monade magicamente astratta dalla realtà e perciò credenti nella metafisica potenza del denaro, con le nuove zecche digitali globali usate per illudere di avere denaro che non si ha, ignorando un debito che invece si ha se anche il tasso è a zero o sottozero, dentro una follia in cui niente è come appare, salvo solo che il rimedio è peggiore del male.

Per dieci lunghi anni il peggio di tutto questo è stato comunque in Europa, con governi interessati a “governare” facendo spesa pubblica (per esempio concedendo graziosi bonus), ma a farlo sottraendosi al vincolo costituzionale del “no taxation without representation”.
È questa la ragione per cui usavano recarsi a Francoforte per applaudire, ma pagando un prezzo per il loro biglietto d’ingresso in sala: il prezzo costituito dalla incostituzionale delega del loro potere politico alla BCE3.
In specie in Europa il processo si è sviluppato con la congiunta e contemporanea violazione delle due basiche regole dell’euro: il 2%
di inflazione previsto come insuperabile plafond; il divieto per la BCE di finanziare i Governi. E come è stata operata questa violazione?
Il plafond è stato configurato non come un limite, ma come un target, come un obiettivo da raggiungere. E l’obiettivo è stato in effetti raggiunto, tanto che oggi l’inflazione è sopra l’8%.
Il divieto è stato poi aggirato triangolando tra i Governi, le banche e la BCE.
I governi emettono titoli di debito pubblico, le banche private li sottoscrivono, ma per piazzarli subito dopo in BCE.
Un processo questo che ha via via trasformato la BCE in un “Hedge fund” intossicato e mezzo fallito. È così in specie che in Europa il “Whatever it takes”, lanciato nel 2012 come un prontosoccorso, ma poi ancora praticato e celebrato lungo tutti i successivi dieci anni, si è trasformato in una lungodegenza incubatrice proprio del male che all’origine doveva curare.
È così che il “Whatever it takes”, è via via divenuto un “Whatever mistakes”.

Giulio Tremonti
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Editoriale