“Gli sforzi dei governi che si sono succeduti negli ultimi anni si sono concentrati non sul liberare risorse nel privato ma nel convogliare fondi nel pubblico”
Il Covid-19 è stato spesso paragonato a una guerra ed effettivamente durante la pandemia abbiamo perso quasi dieci punti di PIL: ne perdemmo undici durante la seconda guerra mondiale.
Questa crescita negativa è “fatta” di scambi che non sono avvenuti, di transazioni che non si sono perfezionate.
L’incertezza da una parte, la paura di un radicale cambiamento del nostro stile di vita dall’altra, hanno portato al rinvio di acquisti e spese più o meno importanti.
È vero che, nei giorni del lockdown, abbiamo tutti provato a farci la pizza in casa: ma non siamo usciti a cena.
Abbiamo comprato tutti delle webcam a miglior definizione: ma abbiamo rinunciato a cambiare la macchina, non sapendo quando l’avremmo potuta utilizzare di nuovo. Com’era naturale e prevedibile, quando le restrizioni sono state prima alleggerite e poi eliminate, abbiamo vissuto un “rimbalzo”. Poter fare una vacanza, se l’anno prima era impossibile, diventa una faccenda molto importante.
In più, se è vero che in molti non hanno potuto lavorare, lo è altrettanto che tutti sono stati costretti a risparmiare risorse che avrebbero volentieri speso per consumi che non potevano avere luogo. La crescita dell’Italia nel 2021, un +6,6% del PIL che non si vedeva dagli anni Sessanta, si spiega così.
In parte si poteva spiegare con dinamiche simili la stessa ripresa
post-bellica: la voglia di fare delle cose, che esplode dopo
che per alcuni anni non le si è potute fare.
Ma l’Italia di allora era molto diversa: dal punto di vista economico, dal punto di vista demografico, dal punto di vista politico.
Era un Paese più arretrato, che proprio per questo riuscì a compiere in pochissimi anni una sorprendente trasformazione da economia agricola a economia industriale.
Era un Paese più giovane, dove non mancavano energie vive, pronte a tutto per migliorare la propria condizione. Ed era un Paese nel quale la politica scelse, forse anche perché pensava di non avere altri strumenti (il ministro del tesoro, Epicarmo Corbino, diceva di non sapere a quante persone il suo ministero stesse pagando lo stipendio, ogni mese), di lasciare a briglie sciolte l’economia privata.
Molto spesso il racconto di quello che chiamiamo “miracolo economico italiano” si fissa sulla Cassa del Mezzogiorno, su infrastrutture come l’Autostrada del Sole, sull’efficienza e la capacità dei manager pubblici cresciuti all’ombra di Beneduce.
Si tratta di elementi senz’altro importanti di quella stagione. Però se dobbiamo spiegare gli elevati tassi di crescita degli anni Cinquanta e dei primi anni Sessanta (tassi che oggi diremmo “cinesi”) dobbiamo guardare a ciò che contraddistinse quel periodo: non a caratteristiche che in parte il Paese ereditava dal periodo fascista (la presenza di un’impresa pubblica managerializzata e la passione per le infrastrutture) e che non sarebbero scomparse negli anni successivi.
Gli anglosassoni hanno un’espressione molto centrata: benign neglect, benevolo abbandono. Non è tanto a ciò che i governi del centrismo fecero che bisogna guardare, ma a ciò che essi non fecero. In particolare, essi evitarono di provare a dare una “direzione” alla produzione. Nella misura in cui ci provarono (scommettendo sull’industria pesante e sul Nord Ovest), ebbero un successo molto relativo.
Quel “fabbricato in Italia”, “made in Italy”, che da allora comincia a farsi largo nel mondo è frutto di innovazioni inaspettate, eccentriche rispetto alla direzione di marcia in cui la politica voleva instradare il Paese.
Sono le aziende “casa e bottega” che spuntano nella pianura padana, è il Veneto che conosce uno sviluppo tumultuoso e inaspettato, è quella che sarà chiamata l’Italia dei distretti o del “quarto capitalismo” a produrre, velocemente, ricchezza e a migliorare i livelli di benessere della popolazione come mai era avvenuto in precedenza. Il contributo maggiore della politica è stato l’adesione prima al GATT e poi al Trattato di Roma, cioè l’apertura a mercati internazionali che ha rapidamente moltiplicato la possibilità, per le nostre aziende, di trovare opportunità di collaborazione, acquirenti per i loro prodotti e fornitori di beni intermedi, al di là dei confini nazionali.
Purtroppo con il Covid-19 non è avvenuto nulla di simile.
Gli sforzi dei governi che si sono succeduti negli ultimi anni si sono concentrati non sul liberare risorse nel privato ma nel convogliare fondi nel pubblico.
Ha pesato, forse, anche una percezione simmetrica a quella dei governi del dopoguerra: che, cioè, non ci fossero guadagni a portata di mano nel privato, che non fosse possibile ampliare il raggio della cooperazione internazionale, che non vi fossero energie da liberare.
Prima il governo Conte ha raggiunto l’obiettivo di ottenere dai partner europei quante più risorse, la maggior parte a debito, nell’ambito di NextGenerationEU.
Poi il governo Draghi ha “messo a terra il PNRR”.
Le classi dirigenti italiane si sono convinte che la crescita del Paese sarebbe venuta di lì: da principio, con Conte, non tanto per i fondi stanziati ma perché a essi doveva corrispondere un catalogo di riforme che l’Unione europea ci avrebbe costretto a ingollare.
Poi, col governo Draghi, dalla convinzione che finalmente la spesa pubblica avesse trovato chi era in grado di incanalarla nei rivoli più opportuni.
Questa rischia di essere la grande illusione dei nostri tempi.
Il rimbalzo post-Covid non è stato tanto il frutto di un “piano” ma un effetto delle riaperture. Se la politica ci ha aggiunto qualcosa è stato col bonus edilizio: a scapito delle generazioni future.
Mentre si entra nel vivo degli investimenti PNRR, le previsioni di crescita, sia del Ministro dell’Economia che del Fondo monetario internazionali, vengono riviste al ribasso.
La questione non è che non stiamo spendendo abbastanza: è che non è affatto chiaro perché quelle spese dovrebbero assicurare un aumento stabile della velocità di crociera della nostra economia.
In più, l’esperienza degli ultimi due anni ha insegnato alla classe politica che le “riforme” da presentare a Bruxelles sono tali per una questione di titolazione, non per contenuto. Il vincolo esterno non è mai stato così lasco.
Non siamo riusciti a usare neanche il post-Covid per fare ciò che i governi centristi fecero con successo: lasciare un poco in pace la componente privata della nostra economia, restituendole ossigeno per creare ricchezza. In compenso litighiamo felici e contenti sulle “missioni” del PNRR. Quos vult perdere, Deus dementat prius.
Alberto Mingardi
DIRETTORE ISTITUTO BRUNO LEONI, PROFESSORE ASSOCIATO DI STORIA DELLE DOTTRINE POLITICHE, IULM
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Editoriale