SFIRS - SOCIETA' FINANZIARIA REGIONE SARDEGNA

La perdita di potere di acquisto colpisce lavoratori e pensionati. Le reazioni del malcontento si trasmettono alla politica, cambiando gli equilibri tra partiti e movimenti. Se queste spinte non vengono assorbite dall’intervento pubblico, si possono tramutare in disordini sociali.

Per chi, come me, la Guerra l’ha vissuta da quasi adolescente parlare oggi di economia di guerra appare esagerato, ma qualche aspetto della natura di questo dramma di ottanta anni orsono è senz’altro presente nelle attuali circostanze.
Parto dagli aspetti di attualità per arrivare a considerazioni su come ci possiamo difendere dagli effetti. Cominciamo dall’energia. Si delinea una scarsità e si patisce l’aumento dei prezzi. Sulla scarsità dell’offerta è possibile agire, ma non sul prezzo. Le sanzioni a carico della Russia aggravano la carenza, ma molti paesi hanno dichiarato che per l’energia non intendono applicarle e si danno da fare nel ricercare fonti diverse.
Se, tuttavia, i tempi di conclusione del conflitto si allungheranno, i prezzi rimarranno elevati, se non proprio cresceranno, creando difficoltà ai bilanci delle famiglie e ai conti delle imprese.
Continuiamo con la produzione. Dal 1995, con l’ingresso della Cina dell’Organizzazione Mondiale di Commercio (WTO, nella sigla inglese), la diversificazione delle aree di approvvigionamento delle diverse componenti di produzione di quasi tutti i paesi ha determinato una condizione in cui l’intera catena produttiva non può subire interruzioni; se ciò avviene, come accade oggi per il conflitto tra l’Ucraina e la Russia, l’offerta di beni si riduce e aumentano le pressioni inflazionistiche.

Vi sono casi, anche frequenti, in cui la mancata fornitura di un piccolo pezzo, che conta nella produzione l’1-2%, provoca uno shock dell’intera offerta, che si riflette sul reddito di impresa e, sommandosi, su quello del paese (il cosiddetto PIL), andando a incidere anche sull’occupazione.
Poiché la diffusione di questi effetti non è uniforme da settore a settore e,
di conseguenza, si creano squilibri dal lato della composizione dei beni prodotti: alcuni patiranno di più di altri; né gli effetti si presentano simmetrici da area territoriale a un’altra; ne patirà la parte
più debole del Paese, Sardegna compresa.
Crescita produttiva e occupazione diminuiranno.

Approdiamo all’impatto sociale.
L’inflazione da costi importata, come l’aumento dei prezzi dell’energia, opera come una imposizione tributaria sul reddito dei cittadini, che negli anni 1970, dopo la crisi petrolifera, fu definita “tassa dello sceicco”; oggi è una “tassa bellica”. La perdita di potere di acquisto colpisce lavoratori e pensionati, un universo che riguarda una larga maggioranza degli abitanti, soprattutto in Italia. Le reazioni del malcontento si trasmettono alla politica, cambiando gli equilibri tra partiti e movimenti. Se queste spinte non vengono assorbite dall’intervento pubblico, si possono tramutare in disordini sociali.

Riflessi sulla spesa statale.
Il bilancio pubblico e l’indebitamento dello Stato assorbiranno le conseguenze; aumenterà il deficit e il debito pubblico. Di conseguenza, come già sta accadendo, si amplierà lo spread sui tassi dell’interesse che le imprese e la collettività dovrà pagare. Il rischio che si innesti un circolo vizioso dell’economia e della società, con riflessi sugli equilibri politici è elevato.

Come interrompere questa circolarità.
La soluzione più ovvia è il raggiungimento di un accordo di pace tra contendenti della guerra in corso, rovesciando la catena indicata di cause ed effetti negativi.
Se una soluzione pacifica non si raggiunge, i provvedimenti da prendere sono confinati nell’area di quelli che operano sulle diversità di impatto della crisi piuttosto che non sull’intero sistema economico e sociale.
La politica economica deve divenire selettiva a favore di quelli
che hanno un lavoro e producono reddito.
Non appare un esercizio facile, anche perché occorre aumentare la produttività per depotenziare l’aumento dell’inflazione, obiettivo che richiede il ricorso a tecnologie migliori che risparmiano lavoro,
accrescendo le difficoltà di questa componente determinante degli equilibri sociali.

L’avvio di corsi di formazione professionale può tamponare la situazione,
ma non risolverla, almeno nel breve termine.
Lo stesso va detto per le proposte di sviluppare fonti di energia alternativa, altro suggerimento consueto; ciò non significa che si debba trascurare questo sbocco, ma che sarebbe più produttivo puntare al risparmio di energia da parte degli utenti. Interventi sui trasporti, servizi sociali e turismo possono essere avviati indipendentemente dalle scelte centrali.
Il quadro appare fosco, ma è meglio dirci la verità che nasconderla.
Un mio Maestro, Karl Brunner, insegnava che il problema degli squilibri è
non averli; se si incappa in essi, come stiamo vivendo, il problema diventa più difficile da risolvere, perché il rientro nella normalità richiede saggezza
e professionalità da parte dei gruppi dirigenti e coscienza unita a uno specifico impegno da parte dei cittadini.
Se manca una di queste due componenti il rientro nella normalità si può protrarre, impedendo di sfruttare le condizioni di sviluppo ancora alla portata di tutti, Sardegna compresa.

Paolo Savona

PRESIDENTE DELLA CONSOB

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Editoriale